Quale futuro per le biblioteche

Antonella Agnoli, consulente bibliotecaria, autrice de Le Piazze del sapere e Caro Sindaco, parliamo di biblioteche, ha pubblicato da qualche tempo per l’Editrice Bibliografica, una nuova, preziosa riflessione sul tema che l’appassiona e riesce ad appassionare anche chi la legge: le biblioteche pubbliche. Egalité, liberté e magari opportunità di fraternizzare, sarebbero i valori da associare all’istituzione bibliotecaria nella lettura rivoluzionaria (almeno in Italia) fornita dalla studiosa.

La biblioteca, che altri chiamava universo, rappresenta ancora per molti un tema e un posto fuori moda, legato al tempo dei leggendari archiviatori metallici (uno di quei cassetti per schede-libro rubricato O-Z dette vita al celebre mago) e delle lunghe attese davanti a balconi vetusti: e drammaticamente nel paese dei lettori deboli, il luogo biblioteca è spesso ancora così. Per questo la disamina del pamphlet La biblioteca che vorrei corre chirurgica ed efficace come una inchiesta giornalistica e un manuale di buon senso pratico tra illustri esempi internazionali (Giappone, l’immancabile penisola scandinava, Gran Bretagna, Olanda, Francia, Stati Uniti) e successi nostrani.

Sono i casi in cui Antonella Agnoli ha messo becco (e talento) – il San Giovanni di Pesaro, la Biblioteca di Spinea, la Sala Borsa di Bologna e altri che l’hanno vista indefessa e curiosa esploratrice (la Civica di Cinisello Balsamo, l’esperienza eroica della Biblioteca delle Balate a Palermo, vicino al mercato di Ballarò).

La biblioteca che vorrebbe l’autrice è luogo accessibile dove nulla è lasciato al caso e dove a contare sono elementi come la luce, l’acustica, gli arredi, la segnaletica, l’empatia dei bibliotecari. Un luogo di libera consultazione del sapere che appare particolarmente necessario nell’era della nuova povertà e dei tagli ai consumi culturali inferti dolorosamente al proprio budget anche dai soggetti più, diciamo così, coltivati.

Agnoli ha molto guardato e ha visto cose che noi umani possiamo benissimo immaginare, anche grazie a questo libro, e che molti bibliotecari (e amministratori), se un po’ più umani fossero, potrebbero benissimo mettere a frutto. Ha visto, ad esempio, che tra i nuovi lettori ci sono molte badanti dell’est Europa che leggono soprattutto poesia, genere notoriamente negletto; che una biblioteca deve avere banda larga oltre a larghe vedute: con l’accesso libero a internet e, magari, corsi di alfabetizzazione tecnologica un utente non più giovane e con pochi mezzi potrebbe risparmiare tempo e denaro nella gestione delle pratiche della burocrazia quotidiana. Senza contare l’aspetto della socialità: la biblioteca-piazza può concedere spazi di beata solitarietà (preziosi nell’era dell’iperconnessione) ma nel contempo può strappare dalla solitudine e dare rifugio e calore ai suoi frequentatori. La biblioteca ideale di Antonella Agnoli da un lato, guarda al modello giapponese di sequele di stanze dove il rumore e la luce si fanno sempre più rarefatti ed è anche permesso appisolarsi (così a Tokyo, nuova biblioteca Izumi dell’università di Meiji), quasi monasteri laici, dall’altro accetta senza storcere il naso una sezione di video giochi. È il luogo dove non c’è bisogno di bibliotecari mezzobusto col tic dell’indice al naso e dello «shhhh» isterico: la dislocazione degli spazi e l’intelligenza anche emotiva di un personale che sa vedere – o meglio prevedere – le esigenze di ogni avventore basterebbe a scongiurare smarrimento e conseguenti mancanze di rispetto.

La biblioteca è immaginabile come luogo di democrazia perché è capace di suggerire letture (in particolare offrendo alternative ai più piccoli, le prime vittime del nuovo merchandising da libreria ) senza intimidire o emarginare e dà spazio a tutte le declinazioni del leggere, incoraggiando ad esempio la ricerca della manualistica del saper fare; sarà la crisi, ma la tendenza al farsi da sé (non solo la carriera, ma anche i costumi di carnevale) e istruirsi al rigiardo è un dato che emerge dalle analisi prodotte da Antonella Agnoli.

In tutto questo c’è una chiamata alla corresponsabilità di amministratori e progettisti: una siffatta piazza del sapere non può reggersi sulle spalle della dipendente precaria della cooperativa; Agnoli, che non è una laudator temporis acti, e volentieri tirerebbe il collo a chi parla con nostalgia del profumo della carta, sogna disponibilità di tecnologie che portino ebook dove spesso non ci sono vere librerie: nelle periferie cittadine. I luoghi «non fotogenici ma pieni di energia» di cui parla anche Renzo Piano, da dove sarebbe sano ripartire cercando di rammendarne le slabbrature, individuando tessuti connettivi virtuosi, magari già esistenti. La biblioteca pubblica, avamposto di civiltà, potrebbe essere il più importante di questi.

di Silvia Veroli

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